PENSIONI INPS, che cosa ha stabilito la Corte Costituzionale

di Michele Poerio 12/11/2020

Tutte le sorprese e le ambiguità della decisione della Corte costituzionale sulla rivalutazione automatica delle pensioni di importo elevato. L’intervento di Michele Poerio, presidente nazionale FEDER.S.P.eV. e segretario generale CONFEDIR.

 La Corte costituzionale ha sentenziato “che il legislatore può raffreddare la rivalutazione automatica delle pensioni di elevato importo e imporre a carico delle stesse un prelievo di solidarietà, a condizione che osservi i principi costituzionali di ragionevolezza e proporzionalità, anche in ordine alla durata della misura” (come si legge nel comunicato stampa del 9 novembre 2020 della Corte stessa). 

 Vediamo se le condizioni di ragionevolezza, proporzionalità, temporaneità (il comunicato dimentica adeguatezza) sono presenti nei provvedimenti previdenziali delle leggi che abbiamo, da ultimo, contestate (leggi 145/2018 e legge 160/2019, leggi di bilancio rispettivamente per il 2018 e 2019). 

…continua → Articolo Poerio_Start Magazine – Link della pubblicazione

TRIDICO mente sulla povertà e il premier ripete le bugie

L’Istat smentisce il presidente dell’INPS: poveri in calo di 0,6 punti non del 60%. Per Conte «risultato straordinario»di Giuseppe Marino  IlGiornale_18.6.20_pag_2

… inoltre…

Tutti i flop del verboso Tridico. Che annuncia sempre e non paga maidi Riccardo Mazzoni  IlTempo_18.6.20_pag_6

… ed ancora, notizia di ieri:

I dati inventati di Tridico. Guai per Tridico. L’Istat conferma che il Rdc non ha affatto ridotto la povertà assoluta del 60%. Che dice ora l’INPS?di Luciano Capone – IlFoglio_17.6.20_pag_1

Errori su importi pensioni erogate, in arrivo numerose lettere da INPS

di Chiara Compagnucci pubblicato il

Succede anche all’Inps di sbagliare e come insegnano gli errori del passato, a pagare il prezzo più salato sono i pensionati. Questa volta il caso è ancora più singolare perché gli sbagli del principale istituto di previdenza italiano sono all’eccesso. Proprio così: ha erogato assegni previdenziali più alti del dovuto.

Di per sé l’impatto dovrebbe essere limitato perché è sufficiente recuperare la differenza tra la cifra esatta e quella effettivamente corrisposta per risolvere il disguido.

Peccato solo che l’errore è stato ripetuto mese dopo mese fino ad accumulare anni su anni per arrivare a importi fuori misura.

E allo stesso tempo non si tratta di pochi casi isolati perché sarebbero numerosi i pensionati coinvolti in questa vicenda tragicomica. A tutti loro è stata naturalmente chiesta e pretesta la restituzione.

Di per sé nulla di legalmente scorretto, se non che il disorientamento provocato non può che essere molto diffuso poiché questi ex lavoratori si trovano al centro dell’attenzione a distanza di tantissimi anni e per cifre di diverse migliaia di euro. Vediamo tutto.

Pensioni sbagliate, arrivano le lettere dell’Inps

Succede che da un giorno all’altro i pensionati si vedono recapitare dall’Inps una lettera con cui viene chiesta la restituzione di somme indebitamente percepite.

E non si tratta di cifre di poco conto ovvero di poche decine di euro, ma di importanti variabili che possono essere ben maggiori di 10.000 euro.

Dipende dall’errore di calcolo commesso dall’Istituto di previdenza, ma anche dal numero delle mensilità in cui lo sbaglio è stato rinnovato e ripetuto. Il numero dei pensionati coinvolti in questa vicenda di restituzione di soldi da pensione è imprecisato ma la richiesta di tutela e di spiegazione agli studi legali è in aumento.

Di certo c’è che, sulla base dei casi resi pubblici, sono i pensionati con assegni dall’importo contenuto a trovarsi nel bel mezzo di questa storia. Pensionati per cui anche una minima variazione della cifra percepita tutti i mesi può fare la differenza.

Resta da chiedersi fino a che punto l’iter dell’Inps sia perfettamente corretto considerando una recente sentenza della Corte di Cassazione secondo cui l’istituto di previdenza può rettificare in ogni momento le pensioni per via di errori di qualsiasi natura, ma non potrebbe recuperare le somme già corrisposte, a meno che l’indebita prestazione sia dipesa dal dolo dell’interessato.

Errori Inps diffusi sugli assegni di pensione

A confermare la diffusione degli errori da parte dell’Inps è l’avvocato Celeste Collovati che al taccuini del Giornale ricorda il caso di un pensionato che si è rivolto a uno studio legale perché si è visto arrivare una comunicazione in cui l’Istituto nazionale della previdenza sociale gli chiedeva la restituzione di 14.000 euro con la motivazione di aver scoperto una variazione del reddito da pensione negli ultimi tre anni.

Ricorda anche il secondo episodio di una pensionata di 90 anni che ha ricevuto una richiesta di versamento da parte dell’Inps di 2.200 euro con l’Inps che contesta un aumento di reddito negli ultimi 7 anni. Ma, fa ancora presente l’avvocato, è una “cosa del tutto impossibile”.

RIVALUTAZIONE ANNUALE delle PENSIONI: aggiornamenti (del 22.03.2019 – da sito INPS)

La legge di bilancio 2019 ha introdotto un nuovo meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per il triennio 2019-2021, che ha interessato in particolare i trattamenti pensionistici di importo complessivo lordo superiore a tre volte il trattamento minimo. L’importo complessivo lordo è la somma di tutte le pensioni di cui un soggetto è titolare, erogate sia dall’INPS che dagli altri Enti presenti nel Casellario centrale, assoggettabili al regime della perequazione cumulata.

L’introduzione del nuovo meccanismo di rivalutazione ha comportato il ricalcolo delle pensioni che, in occasione del consueto rinnovo generalizzato, erano state inizialmente rivalutate secondo i criteri previgenti (legge 23 dicembre 2000, n. 388; circolare INPS 27 dicembre 2018, n. 122).

I nuovi criteri di ricalcolo, illustrati nella circolare INPS 22 marzo 2019, n. 44, (potete scaricarla in PDF anche da questo sito nella Sezione “Leggi e Decreti”) sono riportati nella tabella seguente. Le fasce di importo sono costruite in base al valore del trattamento minimo (TM) mensile dell’anno 2018, pari a 507,42 euro. ….. continua a leggere QUI

I PENSIONATI CHIEDONO e l’INPS (al solito) RISPONDE “PICCHE”

PREMESSA

Le 17 Associazioni pensionistiche aderenti al FORUM PENSIONATI d’ITALIA  l’avevano annunciato e promesso. Se la Finanziaria 2019 avesse proditoriamente deciso i tagli alle pensioni over 1522-30 euro lordi/mese, il FORUM sarebbe partito al contrattacco.

La legge 145/2018 (art.1, commi da 260 a 269) ha previsto – su volontà dei grillini e con il consenso di Salvini – tagli alle pensioni INPS, sia come tagli alla rivalutazione che come contributo di solidarietà. Tagli alla rivalutazione, per tutti. Contributo di solidarietà – alias nuova tassa più o meno di scopo – per i pensionati over 100.000 euro lordi anno.

Nuovi tagli, che si aggiungono a quelli che i governi di questo Paese hanno imposto ai pensionati dal lontano hanno 2000 in poi. Tagli pesanti, che il Centro Studi dell’APS LEONIDA ha quantificato, fino ai centesimi. Tagli pesanti, alla faccia dei parlamentari 5S ed alla faccia dei superficialotti che asseriscono che si tratti di “pochi euro”.

Non sono pochi. Sono comunque denari sottratti ai pensionati e non ai cittadini attivi, a parità di reddito. Già, lo “Sceriffo di Nottingham” (Gigino di Maio) mette le mani in tasca solo a chi pensa non possa reagire !

Ma non è così ! Infatti il FORUM PENSIONATI d’ITALIA  ha pianificato la reazione. Come primo atto sono partite, da tutta Italia, migliaia di DIFFIDE (R.R) all’INPS, diffide a non applicare i tagli previsti dalla legge 145/2018.

Migliaia di diffide, inviate – dai primi di Marzo- alla Direzione generale INPS di Roma e alle Direzioni Provinciali INPS.

(si tratta del Modulo Tipo riportato nella Sezione Modulistica di questo sito)

PRIME RISPOSTE dell’INPS

Già un anno fa gli aderenti all’APS-LEONIDA avevano mandato una analoga diffida, alle stesse sedi INPS. Nessuna  risposta (nel 99,9 % dei casi) o risposta inadeguata (nello 0,1% dei casi). E, adesso ?

Per ora, pochissime risposte. Ma è emblematica quella dell’INPS di TREVISO al Dr. F.S.. La riportiamo integralmente.

Risposta INPS Treviso

Si commenta da sola. Pensavate Voi lettori, che la cosa finisse li’?

Certamente no !

LA CONTRORISPOSTA di APS-Leonida

Ed ecco quello che la Segreteria dell’APS LEONIDA ha risposto alla Direzione INPS di Treviso, con invio- per conoscenza- anche alla Direzione generale di Roma.

Lettera APS a risposta INPS TREVISO 25.3.19

COMMENTINO FINALE

Vedremo come risponderà la NUOVA DIREZIONE GENERALE INPS romana, “orbata” dalla cacciata di T. Boeri. Non ci aspettiamo nulla di buono, data l’anamnesi personale dei nuovi “capi dell’INPS”.

Sia comunque chiaro a tutti, tecnici INPS e politici del governo gialloverde, che NOI PENSIONATI (NOI del FORUM PENSIONATI e dell’APS-LEONIDA, NOI 800.000 pensionati) continueremo a tutelare le nostre pensioni, in tutte le sedi giuridiche, visto che la politica ci ha iniquamente colpito, per l’ennesima volta.

ADESSO LE DIFFIDE. A MAGGIO, le CAUSE : alle Corti dei Conti Regionali e ai Tribunali civili.

ADESSO le DIFFIDE, A MAGGIO le CAUSE e IL NOSTRO VOTO COME PRIMA, civile, protesta CONTRO CHI CI HA NUOVAMENTE TARTASSATI, per dare i denari – rubati a Noi, che abbiamo pagato contributi per decenni – a gente che non ha mai lavorato e mai lavorerà, impigrendo su divani e poltrone !

No, adesso basta !

Pensioni, sale la base di calcolo dell’assegno per il 2018

Compeltato il quadro che permette di calcolare gli assegni pensionistici dell’anno in corso. I nuovi coefficienti per le rivalutazioni 

 Luca Romano – Gio, 21/06/2018 – 10:31 Completato il quadro che permette di calcolare gli assegni pensionistici dell’anno in corso.

 Dopo l’annuncio del nuovo tassi per i montanti contributivi, l’istituto di previdenza sociale con una circolare ha comunicato i coefficienti di rivalutazione delle retribuzioni, il parametro che di fatto permette il calcolo dell’assegno. Su questo fronte va fatta una precisazione. Il sistema retributivo per il calcolo della pensione è stato archiviato nel 2012. Viene però ancora utilizzato per tutti gli assegni che riguardano tutti i lavoratori che possedevano l’anzianità contributiva alla data del 31 dicembre 1995. In questo caso il calcolo dell’assegno avviene su due binari. Il primo riguarda, come riporta pensionioggi.it, gli anni di contribuzione e la media delle retribuzioni lorid degli ultimi anni. Da qui l’assegno che corrisponde al 50 per cento della media degli utlimi stipendi con 25 anni di contributi, al 70 per cento con 35 anni di ncontributi e all’80 per cento con 40 anni di contributi. Poi c’è la rendita che è costituita da quota a e quota b. La quota a corrisponde all’importo relativo ai contributi maturati fino a dicembre 1992. La seconda, la quota b invece è quella che tiene in considerazione il periodo che va dal 1993 al 2011. Per i lavoratori dipendenti la quota A viene considerata con la media degli stipendi degli ultimi 5 anni, la quota b invece sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni. Le cifre che poi materialmente vengono erogate con gli assegni della pensione non corrispondono agli importi incassati in busta paga ma vengono rivalutati con il tasso di inflazione. E così, come sottolinea Italia Oggi, uno stipendio del 2016 di 35mila euro, in pensione vale 35.385 euro. Se si considera poi il calcolo della seconda quota si arriva fino a 36.739 euro. Insomma adesso con i coefficienti comunicati dall’Inps salirà la base di calcolo e sarà molto più semplice individuare l’importo degli assegni con decorrenza 2018 con la rivalutazione delle retribuzioni. 

Ricorsi alla Cedu 

Infine, sempre sul fronte rivalutazioni, dopo lo stop della Consulta al ricalcolo degli assegni bloccati dal governo Monti, si apre un’altra pista per chi vuole chiedere gli arretrati sull’assegno previdenziale: il ricorso alla Cedu. “La giurisprudenza più recente – spiega Celeste Collovati, legale di Aspes (rivalutazionepensione@gmail.com) – della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ammette l’esperibilità dei ricorsi anche in assenza del previo esaurimento dei rimedi girisdizionali interni quando si è in presenza di una normativa nazionale vigente che osta al riconoscimento vantato, ovverosia anche chi non ha mai fatto un ricorso nazionale può far valere il suo diritto avanti alla Corte Europea inserendosi nel ricorso collettivo”. I primi rocrsi sono già partiti e ora i pensionati attendono il verdetto della Corte. 

Pensioni, la mossa di Matteo Salvini per cacciare Tito Boeri dall’Inps: quale fedelissimo vuole piazzare al suo posto

11 giugno 2018 – da sito web www.liberoquotidiano.it

Da quando è nato il governo Lega-M5s, la poltrona del presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha cominciato a vacillare pericolosamente. Certo il numero uno dell’istituto di previdenza non ha fatto nulla in passato per togliere motivi a Luigi Di Maio e Matteo Salvini di accompagnarlo gentilmente fuori dal suo ufficio. Boeri infatti è stato protagonista di accese polemiche sul costo secondo lui insostenibile del reddito di cittadinanza, senza trascurare la sua totale contrarietà alla riforma della legge Fornero sulle pensioni.

Leggi anche: Fornero, l’ultimo sanguinoso trabocchetto: “L’adeguamento automatico…”. Di quanto tagliano le pensioni. 

Sulla poltrona di Boeri avrebbe già allungato lo sguardo la Lega, che attraverso Giancarlo Giorgetti avrebbe già indicato un nome ideale in Alberto Brambilla. Il leghista è stato l’autore di una parte cruciale per i leghisti del contratto di governo, quella che vorrebbe modificare gli attuali meccanismi di pensionamento, la famosa “quota 100”. Lo stesso Brambilla al Fatto ha detto: “Se dovessi scegliere col cuore, andrei all’Inps”. Resta da capire come il governo riuscirà a spodestare Boeri, che ha il mandato in scadenza solo nel 2019. Il Pd ci aveva provato, non riuscendoci fino in fondo. La Lega però potrebbe avere tutte le carte necessarie per spingere fino in fondo la riforma sulla governance dell’Inps, portandola a una maggiore collegialità nell’indirizzo politico, oggi ben più concentrato nelle mani del presidente. Per Boeri insomma, cresce la schiera dei nemici.

Riforma Fornero…. “Quota 100 sì, ma con età minima per la pensione a 64 anni”

Le idee  del Prof. Brambilla  (da leggere la  Sua intervista  integrale su La Repubblica di oggi 04 giugno) per Quota 100 ed altri interventi nella materia previdenziale  di  grande attualità e vivacità con il nuovo Governo e con i pronunciamenti del  responsabile del Dicastero, Luigi DI MAIO.

L’esperto di previdenza che ha contribuito a scrivere il programma del Carroccio conferma di voler fissare una soglia: “Significa di fatto annullare lo scalone Fornero che ha portato l’età a 67 anni dal 2019”. Un’interpretazione obbligata dalla spesa prevista di soli 5 miliardi, contro i 20 ipotizzati dall’Inps per rivedere totalmente la legge del governo Monti 

di F. Q. | 4 giugno 2018 da www.ilfattoquotidiano.it 

“L’idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi, oppure 41 anni e mezzo di contributi”. Alberto Brambilla, esperto di previdenza e già sottosegretario al Welfare nei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2005, ha scritto la parte del contratto di governo Lega-M5s sul “superamento della legge Fornero”. In cui si parla dell’introduzione della “quota 100” come somma di età e contributi necessari per andare a riposo. Ma ora, dopo l’insediamento del governo Conte, in un’intervista a Repubblica Brambilla spiega che ci saranno dei paletti: la quota 100 non potrà essere ottenuta sommando, per esempio, 60 anni di età e 40 di contribuzioni. Di anni occorrerà averne almeno 64. Come inevitabile visto con uno stanziamento previsto di soli 5 miliardi di euro, come aveva spiegato al fattoquotidiano.it  Stefano Patriarca ex consulente di Palazzo Chigi sulla previdenza. 

“Consentire di uscire a 64 anni significa di fatto annullare lo scalone Fornero che ha portato l’età a 67 anni dal 2019″, chiarisce ora Brambilla, che dice di essere stato contattato per un incarico a fianco di Luigi Di Maio al ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico. Domenica la questione era stata sollevata anche dal presidente dell’Inps Tito Boeri: “Se si parla di quota 100, vuol dire che un lavoratore che ha 60 anni di cui 40 di contributi potrà andare in pensione, stiamo creando questa aspettativa. Se invece si vuole porre una condizione anagrafica di 64 anni, questo è diverso, ed è bene essere chiari”, aveva detto Boeri. 

L’Inps aveva calcolato una spesa di 20 miliardi per attuare la ‘vera’ quota 100: “Non si conosce la proposta, ma guai a pensare che con quota 100 risolviamo ogni problema”, risponde Brambilla. “Bisogna puntare sui fondi esuberi o di solidarietà che esistono già per ogni categoria professionale”. Per l’esperto “intervenire in modo chirurgico sulla Fornero si può e in 3-4 mesi. Poi entro un anno il nuovo Testo unico delle pensioni. I costi sono sostenibili“. Brambilla ha poi difeso un altro ragionamento inserito nel programma di governo: “La spesa per pensioni, depurata dall’assistenza, pesa solo l’11% sul Pil, in linea con gli altri paesi europei e sotto il 18,5% comunicato da Istat a Eurostat“. 

Una posizione confutata da uno studio pubblicato prima della formazione del nuovo governo dall’Osservatorio dei Conti Pubblici, diretto dall’ex commissario alla spending review (e per pochi giorni premier incaricato) Carlo Cottarelli, secondo cui la spesa italiana per le pensioni rimarrebbe tra le più alte al mondo anche escludendo quelle sociali e per gli invalidi. 

L’U.E. boccia la Fornero: l’austerità crea problemi

Antonio Signorini – Il Giornale, martedì 01/05/18 – 09:58

C’è l’allarme sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano, anche se meno marcato rispetto alle previsioni. 

Ma nell’atteso Pensions Adequacy Report 2018 della Commissione europea c’è anche altro. Sull’Italia, ad esempio, ci sono considerazioni che non stonerebbero tra le tesi di chi vuole cambiare certe asperità delle riforme passate. In particolare quella Fornero e l’adeguamento automatico dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita. E arriva addirittura l’invito ad «affrontare gli effetti collaterali negativi delle riforme pensionistiche all’insegna dell’austerità». 

Il rapporto critica le pensioni italiane perché costano tanto, ma non risolvono problemi di fondo, ad esempio il rischio pensioni inadeguate per i lavoratori precari, le lavoratrici e chi ha carriere discontinue. 

Il rapporto osserva come «l’inasprimento estremamente rapido dei requisiti per la pensione» delle riforme adottate tra il 2009 e il 2011 hanno provocato un effetto «anziani dentro, giovani fuori», con «un milione di lavoratori anziani» tra i 50 e i 64 anni in più, e una contemporanea «riduzione di giovani lavoratori di 0,9 milioni» tra i 15 e i 34 anni, tra il 2008 e il 2013. 

Meno giovani occupati, più anziani occupati ma, paradossalmente, anche un maggior numero di over 50 disoccupati passati da 130 mila a 500 mila. Sono lavoratori che in altre ere sarebbero stati pensionati e ora non hanno accesso né all’assegno Inps né al lavoro. 

Per questo l’esecutivo europeo chiede misure per «migliorare la capacità di assorbimento del mercato del lavoro italiano». 

La Commissione riconosce al governo Renzi di avere introdotto alcune misure per ammorbidire i requisiti della pensione, spendendo 6 miliardi in tre anni. Ad esempio l’Ape sociale. Peccato che «i requisiti di ammissioni troppo rigidi» rischiano di fare respingere una percentuale di richieste di pensione anticipata intorno al 35% (13.000 su 39,777). 

In generale, il sistema italiano «svolge efficacemente la funzione di mantenimento del reddito». Quindi le pensioni in rapporto agli ultimi stipendi sono alte, anche se quelle delle donne sono ancora più basse. 

Poi, il sistema non protegge dalla povertà. «Anche se in Italia gli anziani sono relativamente in condizioni migliori rispetto ai giovani», siamo ancora «sotto la media europea per tasso di deprivazione materiale degli ultra 65 enni». Situazione che è peggiorata con la crisi del 2008. «Gli anziani a rischio di povertà ed esclusione sociale erano il 23,9% contro il 18,3% nella Ue». 

Diventa un problema anche quella che era stata presentata come la soluzione ai vizi storici della previdenza italiana. Per la Commissione, «il notevole e rapido aumento dell’età pensionabile dal 2010 ha fatto emergere problemi sia sulla durata del pensionamento sia sull’interazione tra durata attesa della vita lavorativa e la performance del mercato del lavoro oltreché dello sviluppo dei servizi». In sintesi, la stretta sulle pensioni che ha salvato i conti pubblici ha creato tanti problemi agli italiani. 

Sul versante della tenuta del sistema, l’allarme che si temeva alla vigilia è molto ridimensionato. La spesa pubblica per le pensioni resterà stabile al 15,6% del Pil fino al 2020. Aumenterà molto dal 2020 al 2040, con il pensionamento dei baby boomers. Ma dopo riscenderà al 13,9% del Pil.