Boeri… e gli over 65 – 15.11.17

TGcom24 del 15.11.17 – ore 20:00

Anche oggi Boeri se l’è presa con i pensionati… dichiarando ad un convegno che… “…in Italia bisogna pensare di più ai bambini ed alle famiglie con bambini piuttosto che agli over 65 che sono stati meno colpiti dalla crisi…“.

Boeri continua così la sua personale guerra ai pensionati…  Non abbiamo nulla contro i bambini ma cominciamo a sospettare che il presidente INPS abbia in mente la “soluzione finale”.

I Leonida…

Pensionandi contro pensionati…

La Gazzetta del Mezzogiorno, pag. 16 – 15.11.2017

LETTERE ALLA GAZZETTA

Pensionandi contro pensionati una curiosa lotta per la vita

Come noto la L. 102/2009 stabilisce che i requisiti di età anagrafica per andare in pensione siano adeguati all’incremento della speranza di vita accertato dall’ISTAT, con riferimento al quinquennio precedente.

In questi giorni si è acceso il dibattito in ordine al contenuto del decreto direttoriale del Ministero dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da adottarsi entro il 31 dicembre 2017, con cui deve essere aggiornato il predetto requisito anagrafico.

Sulla base dei numeri forniti dall’ISTAT, che certifica un’aumentata aspettativa di vita nel 2016, la nuova soglia di età, dal 2009, salirebbe a 67 anni (ora è di 66,7 anni).

La pressoché esclusiva preoccupazione dei sindacati è stata quella delle conseguenze per il mercato del lavoro, caratterizzato, purtroppo, da un’elevata disoccupazione sia giovanile che over 50.

Questo tema è stato abilmente aggirato dall’ex Ministro Fornero che, in una recente intervista, l’ha considerato un falso problema che muoverebbe dal presupposto – errato, secondo lei – che ci sia una quantità fissa di posti di lavoro. Evidentemente l’ex Ministro non crede allo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”.

Invece, un altro tema che – a mio avviso – non ha avuto particolare risalto sui media è il punto di vista dei pensionati e dei pensionandi.

La maggiore speranza di vita porta paradossalmente a trovarci di fronte, quasi in una lotta virtuale di sopravvivenza, due categorie di lavoratori: da una parte i pensionati e dall’altra i pensionandi.

Infatti, i primi aspireranno ovviamente, dopo i tanti anni di lavoro, a godere serenamente la loro vita sperando così che il giorno del… giudizio accada il più tardi possibile; e, tuttavia, questo indurrà l’ISTAT a portare sempre più in là – per via dell’adeguamento di vita – il termine del pensionamento.

Per contro, invece, i lavoratori ancora in servizio si augureranno che la vita media non si allunghi, talché essi possano essere collocati in pensione il prima possibile.

In realtà, però, anch’essi desiderano vivere più a lungo… con la pensione già acquisita anche se le due cose, almeno al momento, appaiano inconciliabili; il cane si morde la coda!

Questa situazione psicologica contrastante, quasi un conflitto di interessi, appare incredibile e paradossale ma purtroppo verosimilmente veritiera. Senza dimenticare che, se è vero che la realizzazione di se stessi, come cittadini, si ha attraverso il lavoro (art. 1 Cost.) è anche vero che passare dal “lavorare per vivere” al “vivere per lavorare” finirebbe per rappresentare un ostacolo al pieno sviluppo della persona umana (art. 3 Cost.)

Che dire allora: che vivano tutti, pensionati e pensionandi, guardando ai prossimi anni con la massima serenità sperando quanto meno che il maggior periodo lavorativo cui saranno sottoposte le generazioni attuali e future possa portare loro benefici per loro oltre che per la nazione intera sì da non rimpiangere i sacrifici fatti per giungere alla tanto agognata pensione: insomma, che possano vivere tutti felici e contenti!

Giovanni Lopez – Bari

 

Pensioni: le tre mosse del Governo – 13.11.2017

Di Giuseppe Pennisi 13 novembre 2017 su FORMICHE.NET

RIFORMA PENSIONI.

Si usava dire “di pensioni si muore” quando nel 1958 debuttava il primo lavoro teatrale di Giuseppe Patroni Griffi, per l’appunto intitolata “D’amore si muore”. Allora solo una metà degli italiani aveva titolo a fruire di previdenza, secondo un sistema categoriale che aveva dato vita a una cinquantina di “regimi” differenti. Tutto cambiò con la “grande riforma” del 1967-68, che – disse la Cgil – dava “agli italiani il sistema previdenziale più avanzato al mondo”, tale da assicurare all’età legale della pensione un trattamento (al netto di contributi e imposte) quasi analogo all’ultimo stipendio.

Il sistema era così “avanzato”; dopo circa due anni venne insediata una Commissione (la Commissione Castellino) per rivederlo a fondo. Da allora si succedettero proposte che portarono nel 1989 alla separazione tra “assistenza” e “previdenza” nel bilancio Inps. Solo dopo la crisi finanziaria del 1992 e la caduta del primo Governo di quella che veniva chiamata la “Seconda Repubblica” si arrivò a trasformare radicalmente il sistema.

In parallelo, Svezia e Italia, pur conservando un “sistema a ripartizione” (in base al quale i lavoratori attivi mantenevano e mantengono, tramite gli assegni previdenziali, i pensionati), sono passate da un meccanismo tramite il quale le pensioni erano calcolate sulle retribuzioni (sistema retributivo) a uno tramite il quale sono computate tramite i contributi versati, debitamente aggiornati (sistema contributivo). Il sistema, chiamato National Defined Contribution (Ndc), è ora adottato da una trentina di Paesi. Sarebbe dovuto essere “definitivo”.

Invece da allora a oggi è stato “riformato” circa una quindicina di volte, spesso provocando crisi di governo. Ora “di pensioni si muore” si applica a governi e forze politiche. Ho tenuto a sintetizzare come si è giunti a questa situazione perché altrimenti è difficile comprendere il dibattito sulle pensioni nelle attuali discussioni parlamentari sulla Legge di bilancio e le possibili soluzioni “definitive”.

Le ragioni principali sono due:

1) La separazione tra previdenza e assistenza, pur se risulta chiaramente dallo studio dei bilanci Inps, è raramente trattata nel dibattito giornalistico e politico. Senza la spesa per l’assistenza (politiche sociali degnissime), ma che sono a carico delle fiscalità generale e in cui l’Inps è solo un comodo “ufficiale di pagamento” per conto dello Stato, la spesa previdenziale sarebbe sul 14% del Pil e non oltre il 18%. Questi dati confermano quanto ripetutamente affermato da vari esperti (a partire da Alberto Brambilla), e cioè che mentre le spese previdenziali “vere” sono totalmente coperte da contributi, invece, le spese assistenziali sono largamente “in rosso” perché lo Stato non le finanzia correttamente e tempestivamente. Si tratta di spese che – talora – figurano come prestiti all’Inps e non come doverosi contributi assistenziali. Cazzola ha ricordato che, nel 1998, Ciampi ha azzerato il debito che lo Stato aveva verso l’Inps, pari a circa 80 miliardi di euro attuali: il patrimonio tornò allora in attivo. Lo stesso Presidente dell’Inps Boeri ha ripetutamente sottolineato: “Si tratta di una questione contabile, le prestazioni sono garantite dallo Stato e ciò che conta non è il bilancio Inps, ma quello statale!”.

2) La “riforma definitiva” contemplava un periodo di transizione di ben 18 anni , e non di tre come in Svezia (oppure di da zero a cinque come in altri Paesi). Il periodo così lungo, richiesto dalla dirigenza sindacale, ha creato distorsioni a più non posso (“pensioni d’oro”) che si è cercato di parare con successivi aggiustamenti che hanno reso il sistema previdenziale una veste di Arlecchino, piena di toppe. Se ne chiude una e se ne apre un’altra.

A questo punto cosa fare? In breve tornare ai principi di base Ndc quali applicati in numerosi Paesi:

a) separazione netta tra assistenza e previdenza, trovando se possibile un differente canale contabile ed erogatorio per l’assistenza (tra cui primeggiano assegni sociali, assegni di invalidità, integrazioni al minino) al fine di non ingenerare confusione.

b) portare a cinque-dieci anni (come altrove) il requisito per poter fruire di una pensione statale “contributiva”, anche al fine di ridurre il fenomeno tutto italiano dei “silenti” (coloro che hanno versato contributi sino a 19 anni e 11 mesi e mezzo e non hanno titolo a previdenza)

c) eliminare il concetto stesso di “pensioni di vecchiaia” (come dopo decenni è stato eliminato quello di pensioni di anzianità): si resta al lavoro tanto quanto si può e si vuole. E chi lavora più anni avrà un trattamento previdenziale statale più pingue, mentre chi ne lavora meno ne avrà uno più modesto.

Se non si torna a questi principi sarà difficile avere un sistema previdenziale moderno ed efficiente.

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INPS, BANCA d’ITALIA, CONSULTA, CASSA DEPOSITI e PRESTITI, PENSIONI e BILANCIO dello STATO – 08.11.2017

PREMESSA

Avendo fatto il medico per tutta la vita passata e presente, non sono un esperto di diritto amministrativo.  Quel poco che so è legato alle regole fondamentali della P.A., con tutte le implicazioni  contrattualistiche della pubblica amministrazione e della dirigenza sanitaria in particolare.

Nel mio piccolo, da sindacalista nazionale (prima per la dirigenza medica e poi per la Confederazione autonoma CONFEDIR) ho partecipato ai contratti pubblici dal 1992 fino al 2009. Non sono quindi uno sprovveduto e, da medico e dirigente pubblico, mi sono ripetutamente posto alcuni quesiti che, fino ad ora, non hanno avuto una risposta chiara.

Da mesi sentiamo il “ritornello pensionistico”:…” la riforma Fornero non va toccata, per evitare sfondamenti dei conti pensionistici e del bilancio statale”….” La riforma Fornero può essere ritoccata, consentendo un anticipo pensionistico (APE o simili) a categorie di lavoratori usurati…”. “L’APE va allargata a molti lavori usuranti includendo anche quelli oggi non valutati come tali…”

“ Vanno inclusi nell’APE anche gli infermieri, oggi esclusi (ed i medici, che passano anni della loro vita di guardia o di reperibilita’ ? NdR)”.

Insomma un balletto di posizioni “ballonzolato” da esperti-veri (Boeri, vertici della Banca d’Italia, sindacalisti confederali, Brambilla, Fornero) e da pseudo-esperti, tra cui – purtroppo- siamo costretti ad inserire Giuliano Cazzola, dopo la sua triste sceneggiata di ieri sera (Di Martedì, LA7).

I FATTI

Che il debito dello stato italiano superi i 2200 miliardi di euro,  è noto. Che esso cresca continuamente e che sia cresciuto di circa 170 miliardi con gli ultimi governi (tecnici e renziani) è altrettanto noto. Che il bilancio dell’INPS sia “in rosso” e che il suo patrimonio si stia depauperando è altrettanto noto. Meno noto è – tuttavia- il dato che il BILANCIO PREVIDENZIALE INPS sia in pareggio mentre quello ASSISTENZIALE sia negativo, per insufficiente finanziamento delle attività assistenziali INPS.

Da almeno 2 anni, il presidente INPS cerca di assumere/esercitare un ruolo politico, dedicandosi non tanto alla gestione dell’istituto previdenziale piu’ importante del mondo, ma a proposte politiche sulle “politiche sociali” (e non previdenziali) diffondendo così inquietudini tra i pensionati, per la sua idea (non esplicitata ma sottointesa) di una socializzazione comunistoide delle pensioni in essere. E’ sufficiente leggere le dichiarazioni del bocconiano, negli ultimi 24 mesi, per darmi ragione.

Infine sul tema si sono pronunciate anche le altre istituzioni-  Banca d’Italia e dintorni, Consulta e dintorni, UE e dintorni – sproloquiando sulla sostenibilità dei costi previdenziali e sui loro effetti sul debito pubblico.

DOMANDE da IGNORANTE 

Una volta per tutte, gradiremmo allora avere  risposte motivate, chiare e definitive su alcuni quesiti oggi insoluti.

Poiché il bilancio dell’INPS è “esterno” al bilancio statale, qual’è  la natura giuridica dell’INPS  e qual è l’autonomia reale del bilancio INPS, rispetto alle mutevoli decisioni governative?

Forse che il bilancio INPS è “esterno” al bilancio dello Stato (come quello della Cassa depositi e prestiti…) e sfugge quindi alle rigide regole U.E. sul debito italico?

Quale ruolo “in vigilando” ha la Banca d’Italia sull’INPS?

Può la Corte Costituzionale (decisione del 25/10/17) legittimamente (non politicamente) negare ai pensionati in essere la certezza dei diritti previdenziali acquisiti, consentendo da un lato il persistere di pluriennali “tasse improprie” a carico di qualche milione di pensionati e creando le premesse giuridche per un futuro previdenziale legato alla situazione annuale delle finanze pubbliche ?

Quale ORGANO COSTITUZIONALE può controllare che le innumerevoli spese assistenziali non vengano (come è ora) messe a carico dell’INPS, senza adeguato finanziamento dello Stato, come sta avvenendo almeno dal 2014 ?

La domanda non è oziosa, perchè anche il recente bilancio INPS non separa nettamente le numerose voci/spese assistenziali da quelle previdenziali e perchè lo stesso Boeri ha dichiarato al Parlamento che, oggi, le voci assistenziali INPS sono almeno il doppio di quelle previdenziali INPS. Chiedendo poi – il bocconiano-  al Governo di cambiare la dizione dell’INPS da Istituto della Previdenza Sociale ad Istituto della Protezione Sociale !

Noi, che curiosi siamo, abbiamo dato l’incarico ad un magistrato amministrativo di studiare l’intera questione. Vi informeremo…

Nel frattempo, chiediamo agli ESPERTI di dare una prima risposta ai nostri quesiti. Per ISCRITTO e non con le solite “ciacole violente” a Di Martedì !

Stefano Biasioli

Past President CONFEDIR – uno dei Leonida e dei “Pensionati Esasperati”

pubblicato su formiche.net : http://formiche.net/2017/11/08/inps-boeri-previdenza/

 

 

NEWS dalla Professoressa… – 06.11.17

Pensioni, Fornero: “L’età va alzata, basta mentire al Paese”

L’età pensionabile deve essere alzata, altrimenti si ingannano i cittadini. L’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel giorno del tavolo tra Governo e sindacati, in un’intervista a Repubblica dice la sua sull’innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile. Il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno fatto bene a impedire il blocco dell’aumento dell’età pensionabile, “perché è una scelta che risponde a un’esigenza di medio periodo nell’interesse generale, e non elettorale. Si è evitato di scaricare sui giovani il costo di un’operazione che avvantaggerebbe solo le generazioni più mature“, ha detto Fornero.

Solo dal 2012 tutte le pensioni sono pro rata calcolate con il metodo contributivo. Ci vorrà ancora una ventina d’anni perché le pensioni siano interamente contributive. Da allora in poi potranno scattare i meccanismi di flessibilità” in uscita, spiega Fornero, che dice sì all’ampliamento delle maglie dell’anticipo pensionistico sociale. “Penso che sia una buona innovazione che può permettere a categorie sfortunate di non subire l’effetto dell’indicizzazione senza mettere a repentaglio la sostenibilità del sistema previdenziale. Un intervento sociale che per la prima volta realizza la separazione tra assistenza e previdenza“.

In merito all’obiezione che lasciando i più anziani al lavoro non si liberano i posti per i giovani, “il ragionamento va capovolto: vanno create le occasioni di lavoro, anche attraverso le politiche attive per il lavoro rispetto alle quali siamo a dir poco impreparati, e non pensare che al lavoro si acceda cacciando qualcun altro“, dichiara Fornero.

Rai News 24, 06 novembre 2017

Legge di bilancio, i conti dell’Italia e quelli di Bruxelles 28.10.2017

Bruxelles ha rumoreggiato sulla bozza di legge di bilancio giuntale da Roma. Peraltro, il testo, come si legge ogni giorno sui giornali e sul web, è in fase di rimaneggiamento in una direzione che potrebbe fare aumentare ulteriormente il differenziale tra entrate ed uscite. Non solo perché siamo nel mezzo di una campagna elettorale che spinge i partiti (specialmente quelli al governo che hanno la potestà di farlo) ad elargire regali e regalini elettorali. Bruxelles stima in 1,7 miliardi di euro il differenziale di deficit tra quanto concordato con Roma prima della stesura della legge ed il testo inviato alla Commissione Europea. Credo che la Commissione abbia inforcato occhiali benevoli e che tra qualche settimana il divario risulterà molto maggiore.

L’impianto della legge quale inviata a Bruxelles ed al Parlamento si basa su un rafforzamento della crescita dell’economia reale ed un aumento del Pil dell’1,5%, mentre i 20 principali istituti di analisi econometrica (tutti privati, nessuno italiano) nel loro aggiornamento non stimato un rafforzamento della crescita, ma un rallentamento del ciclo economico, le cui determinanti originano dall’Estremo Oriente e dagli Stati Uniti (e su di esse l’Europa non ha alcun controllo). Non ci siamo agganciati alla crescita quando iniziava, oggi siamo alla prese con il declino di chi ci circonda.

Per l’area dell’euro, il rallentamento sarebbe leggero (la media dei venti istituti vede uno scivolamento da una crescita del 2% nel 2017 a una dell’1,8% nel 2018). Più marcato per l’Italia, dall’1,3-1,4% nel 2017 all’1,1% nel 2018. Conversazioni informali con alcuni degli istituti suggeriscono che il prossimo aggiornamento potrebbe essere meno ottimista data la situazione in Europa. La settimana che inizia il 31 aprile gli istituti presenteranno una nuova tornata di previsione. È inconcepibile pensare che gli ‘avvenimenti’ in Catalogna non avranno effetti negativi sul resto d’Europa. Tanto più che già la Corsica ha accesso una fiaccola indipendentista. Inoltre gli esiti dei referendum in Veneto e Lombardia sono una chiara richiesta di differente ripartizione del gettito tributario ed un chiaro avvertimento di opposizione netta a nuovi aumenti della pressione tributaria e contributiva.

Se non cambia drasticamente la legge di bilancio in discussione, la manovra prevista in 19,8 miliari di euro potrebbe aumentare sino a toccare circa 30 miliardi di euro, sfiorando, in termini assoluti e senza contare gli effetti dell’inflazione, la ‘manovra Amato’ dell’estate 1992. Cifra inaccettabile per un governo che, secondo gli accordi europei, avrebbe dovuto raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2014 (in base al Fiscal Compact). Quindi, è essenziale rivedere, in pochi giorni, le poste di entrate ed uscite.

A fine 2014 il governo annunciò che quella sarebbe stata “l’ultima finanziaria”, nel senso che i conti pubblici erano ormai rimessi a posto, si poteva pensare a spese come gli “80 euro” per i bassi redditi o i 500 per i diciottenni, mentre il debito pubblico era sul retto sentiero. Mai un annuncio fu tanto miope.

Giuseppe Pennisi Formiche.net